La flavescenza dorata

La flavescenza dorata, la più grave fitoplasmosi o giallume della vite, è causata dal Candidatus Phytoplasma vitis, un procariote senza parete cellulare e quindi in grado di attraversare e colonizzare i sottili passaggi fra le cellule del floema, il sistema di vasi che trasporta la linfa elaborata dalle foglie al resto della pianta. In Italia la flavescenza dorata è stata segnalata per la prima volta negli anni ’70 in Oltrepò pavese, ma è stato negli anni ’90 che ha provocato gravissime epidemie in Veneto, Lombardia e Piemonte. Attualmente ci sono focolai anche in Emilia Romagna.

La comparsa di questa malattia è dovuta al fatto che è stato introdotto per caso dall’America il cicadellide Scaphoideus titanus, strettamente legato alla vite ma che raramente può visitare alcune piante spontanee come le clematidi e l’ortica, ospiti naturali del fitoplasma. In sostanza, lo Scaphoideus titanus è il vettore che ha trasportato il fitoplasma dalle piante spontanee alla vite pungendole entrambe per succhiare la linfa. La trasmissione attraverso altre modalità è irrilevante o quasi, ma non bisogna sottovalutare l’insetto perché anche partendo da una sola pianta infetta, se esso è presente, l’infezione può allargarsi molto rapidamente.

La sintomatologia associata alla flavescenza dorata è complessa. I primi sintomi a carico dei germogli e dei grappolini appena formati possono comparire già in maggio come necrosi, ma è verso luglio che è possibile vedere le foglie accartocciate verso la pagina inferiore con i tipici ingiallimenti (nelle varietà a uva bianca) e arrossamenti (nelle varietà a uva nera) simili a quelli dei virus dell’accartocciamento fogliare ma con la sostanziale differenza che i viraggi di colore nella flavescenza interessano anche e soprattutto le nervature. Inoltre le foglie assumono consistenza cartacea a causa dell’amido non traslocato che si accumula. Parallelamente si verificano il graduale disseccamento dei grappoli e la mancata lignificazione dei tralci, che pendono verso terra e portano la pianta ad assumere aspetto prostrato. Solitamente questi sintomi compaiono nell’anno successivo a quello di infezione e in caso di infezione precoce nell’anno stesso. Possono interessare tutta la pianta o anche solo alcuni settori della stessa, perché i fitoplasmi non si diffondono in modo regolare nel floema. Alla ripresa vegetativa le piante manifestano ritardi vegetativi vistosi, e nelle forme più gravi vi può essere deperimento e morte. Il danno è maggiore quanto più è sensibile la varietà, le più esposte a danni rilevanti sono le cultivar Barbera, Sangiovese, Garganega, Pinot grigio, Chardonnay e Trebbiano veronese.

La flavescenza dorata della vite è sottoposta al decreto di lotta obbligatoria emanato dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali nel 2000. Nelle zone indenni occore vigilare sull’eventuale presenza di Scaphoideus titanus ed evitare l’utilizzo di barbatelle infette: è buona norma rivolgersi a vivaisti di fiducia che forniscano materiale certificato ed eventualmente risanato tramite tecniche di termoterapia. Nelle zone “focolaio” si può tentare un’opera di eradicazione della malattia tramite estirpo delle piante infette e decisi trattamenti insetticidi contro il vettore. Nelle zone in cui la flavescenza dorata è ormai endemica e non è possibile l’estirpo di tutte le piante infette diventa fondamentale la lotta al vettore. Se questo viene debellato o molto ridotto, è possibile che la malattia regredisca grazie alle razionali potature dei tralci infetti e ai fenomeni di “recovery”, ovvero guarigione spontanea. Nel caso di singoli vigneti pesantemente colpiti la soluzione migliore è il reimpianto, con tutti i costi economici e morali che esso comporta.
In conclusione, la flavescenza dorata è una malattia che, come ci dimostrano i casi degli altri Paesi europei, difficilmente sarà debellata, l’importante è tenerla sotto controllo e impedire l’instaurarsi di popolazioni consistenti del suo insetto vettore.



Fonte: www.vinofaidate.com/cercavini

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