La peronospora

La peronospora della vite, causata dal patogeno Plasmopara viticola, è ritenuta la più grave malattia della vite, anche se la sua pericolosità varia a seconda del clima. Plasmopara viticola è un ovomicete, ovvero un organismo molto simile ai funghi, ha la capacità di formare un micelio in grado di invadere le cellule dell’ospite, assorbe i composti organici e si riproduce tramite spore . L’attacco si manifesta delle “macchie d’olio” sulle foglie che in trasparenza assomigliano proprio a macchie d’olio sulla carta. Più tardi si ha l’imbianchimento del lembo fogliare inferiore, dovuto alla formazione di muffa e al disseccamento dei tessuti. In autunno, invece, l’attacco alle foglie porta alla formazione della muffa rasata, sempre nella pagina inferiore, visibile per la colorazione gialla anche sulla pagina superiore. Sui germogli si presenta la solita muffa bianca e la necrosi sotto forma di macchie rossastre. Sui grappoli si hanno attacchi al rachide con conseguente caduta del grappolo e agli acini che prima si ricoprono di muffa bianca e poi dissecano.

I trattamenti vengono eseguiti preventivamente, prima dell’attacco e per tutto il ciclo della vegetazione, perchè il fungo continua la sua azione deleteria, evitando però gli interventi nel periodo della fioritura e interrompendoli un certo tempo prima della raccolta. In sostanza è un parassita obbligato che non può avere vita propria al di fuori del suo ospite. La sopravvivenza del patogeno in assenza di nutrimento, ovvero durante il riposo vegetativo della vite, è assicurate dalle oospore resistenti al freddo e alla siccità. La germinabilità delle spore dipende soprattutto dall’andamento climatico: dopo un inverno molto umido e non troppo freddo è decisamente elevata a causa del velo d’acqua che si forma sulle foglie, fondamentale per il processo di infezione.
Le condizioni che rendono possibile la germinazione possono essere riassunte nella cosiddetta regola dei “tre dieci”: l’infezione avviene quando la temperatura minima è stabilizzata sui 10 °C o poco meno, sono caduti almeno 10 mm di pioggia nelle ultime 24-48 ore e la lunghezza del tralcio è di almeno 10 cm. Qualora non si verifichi l’infezione in queste condizioni la causa è nell’assenza di spore attive nel momento in cui si verifica la pioggia infettante.Il periodo di incubazione che intercorre tra il momento dell’infezione e quello in cui si osservano i primi sintomi dipende dalla temperatura e dall’umidità relativa: dai 11-15 giorni in presenza di temperature sui 14 °C ai 4-5 giorni quando la temperatura è tra i 20 e i 25 °C. Le foglie possono essere infettate dal germogliamento alla caduta, mentre i grappoli a partire dall’ingrossamento dell’acino non sono più recettivi.Questo accade perché in quel momento i frutti chiudono gli stomi con cui avvengono gli scambi gassosi e non c’è più via di ingresso per il fungo.Plasmopara viticola è un patogeno policiclico, quindi può dare luogo a più cicli di infezione lungo tutta la stagione vegetativa e infettare nuovi ospiti tramite zoospore diffuse con la pioggia e gli schizzi d’acqua. Vediamo ora quali sono i sintomi della peronospora: il più classico è la comparsa delle caratteristiche “macchie d’olio” giallastre e traslucide sulle foglie, a cui può corrispondere una muffa biancastra sulla pagina inferiore che indica la presenza di strutture riproduttive, spesso assente per lunghi periodi nei climi secchi. La macchia d’olio tende a necrotizzare e nei casi gravi porta a una parziale caduta delle foglie e a una mancata lignificazione dei tralci, con conseguenti debolezza, scarsa produzione e suscettibilità verso altri patogeni. Il tralcio attaccato tende a deformarsi e ad assumere una tipica forma a “S”. I sintomi sull’infiorescenza si manifestano come una muffa che ricopre i fiori. Quando l’attacco è precoce si necrotizza l’intero grappolo fiorale, in altri casi è ben visibile l’incurvamento a “S”. Dopo la caduta dei petali e la formazione degli acini, questi assumono una colorazione bruno-violacea e raggrinziscono: è la cosiddetta “peronospora larvata”. L’attacco sulle infiorescenze e sui grappoli molto giovani può compromettere l’intera produzione. Per quanto riguarda la difesa non entrerò nel dettaglio dei principi attivi da utilizzare, giacchè è in corso la revisione europea degli agrofarmaci e la maggior parte di quelli conosciuti entro breve non saranno più permessi. I periodi di intervento nell’ambito della lotta chimica e biologica sono gli stessi.Bisogna effettuare il primo trattamento due o tre giorni prima dello scadere del periodo di incubazione, calcolato sulla base della regola dei tre dieci, con prodotti di copertura o citotropici (ovvero in grado di penetrare nei primi strati cellulari, dove si insedia il fungo), mentre nelle zone a minore rischio è preferibile attendere la comparsa della prima macchia d’olio.
In pre-fioritura ed a fine fioritura bisogna effettuare comunque due trattamenti cautelativi, anche se non è ancora comparsa la macchia d’olio, preferendo prodotti sistemici soprattutto nelle zone più a rischio.
Dall’allegagione, ovvero dalla formazione degli acini in poi, i trattamenti vanno eseguiti solo se la malattia è presente in campo o dopo piogge copiose e prolungate rugiade mattutine, impiegando miscele a base di prodotti di copertura e citotropici.
In agosto, per limitare le infezioni tardive e prevenire le varie forme di marciume del grappolo, è opportuno eseguire un trattamento di chiusura con formulati a base di rame. A scopo di prevenzione, è utile seguire alcune norme agronomiche: ■Evitare l’impianto del vigneto in zone con ristagni di umidità o poco luminose e ventilate;
■Controllare la sanità delle barbatelle ed acquistare sempre materiale certificato ai sensi della normativa vigente;
■Evitare cloni troppo vigorosi;
■Evitare di somministrare dosi eccessive di azoto;
■Scegliere un sistema di allevamento appropriato alla vigoria della pianta ed alle condizioni del terreno;
■Evitare impalcature troppo basse;
■Effettuare la sfemminellatura alla base dei tralci;
■Eliminare i polloni;
■Eseguire un’accurata potatura verde, al fine di favorire sia la circolazione dell’aria che la buona penetrazione di eventuali trattamenti fitoiatrici;
■In autunno somministrare letame per favorire la degradazione delle foglie cadute al suolo, nelle quali sopravvivono le oospore del fungo.
In conclusione, la peronospora della vite è una malattia che causa gravi danni ma seguendo il principio della lotta integrata, ovvero la giusta combinazione tra lotta chimica e prevenzione agronomica, è possibile contenerla e conseguire comunque buone produzioni.

 

Fonte: www.vinofaidate.com/cercavini

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